Sotto lo sguardo di MARIA MEDIATRICE
Ci sono esperienze che non fanno rumore. Non cercano effetti speciali e non hanno bisogno di slogan. Accadono lentamente, quasi in silenzio, come la pioggia che bagna la terra durante la notte. E soltanto dopo ti accorgi che qualcosa, dentro, è cambiato. Così sono stati i giorni vissuti a Collevalenza da 44 giovani, assieme ai loro animatori, provenienti da diverse parti d’Italia, ritrovatisi al Santuario dell’Amore Misericordioso per il corso giovani dal titolo “Amati per amare”. Tre giorni semplici, intensi, profondamente veri. Tre giorni vissuti sotto lo sguardo di Maria, celebrata proprio l’8 maggio come Mediatrice. Forse è significativo che tutto sia iniziato proprio lì: da una donna che non trattiene nulla per sé, ma accompagna ogni cosa verso Dio.

Viviamo tempi in cui si parla molto, continuamente, ma si ascolta poco. Anche il cuore, spesso, rimane in superficie: agitato, stanco, disperso. Eppure questi giorni hanno avuto il sapore opposto. Non quello della fuga dalla realtà, ma quello del ritorno a sé stessi. A ciò che siamo davvero. A ciò che custodiamo dietro le maschere, dietro le frasi automatiche, dietro le sicurezze costruite per non sentirci fragili.
Il cuore dell’esperienza è stata una proposta tanto antica quanto sorprendentemente nuova: il rosario. Una preghiera che molti conoscono, pochi comprendono davvero.
Talvolta liquidata come ripetitiva, distante, “da altri tempi”. E invece proprio lì si è aperto uno spazio inatteso. Durante la giornata di sabato 9 maggio, i giovani hanno attraversato l’intera giornata pregando il rosario, decina dopo decina. Ogni mistero veniva annunciato dalla Parola e introdotto da una breve catechesi, concreta, capace di toccare la vita vera: le relazioni ferite, le paure sul futuro, il bisogno di sentirsi accolti, il desiderio di essere amati senza dover dimostrare continuamente qualcosa. E lentamente quella preghiera ha smesso di essere una formula ed è diventata respiro. Perché il rosario, forse, non serve anzitutto a “dire” qualcosa a Dio. Serve a lasciare che Dio entri nei nostri pensieri dispersi, nelle nostre inquietudini, nelle nostre domande mai espresse. Ogni Ave Maria sembrava quasi scavare, con dolcezza, dentro le difese del cuore.
E allora sono accadute cose semplici e immense.

Molti giovani hanno scelto di fermarsi in chiesa, sostando davanti al Crocifisso dell’Amore Misericordioso o all’immagine di Maria Mediatrice. Non per dovere. Non perché “previsto dal programma”. Ma perché sentivano il bisogno di restare, di ascoltare e di ascoltarsi. Altri hanno cercato un confronto personale con gli animatori, con i sacerdoti, con i membri dell’équipe di Pastorale giovanile-vocazionale dell’Amore Misericordioso. Non conversazioni superficiali, ma dialoghi veri. A volte faticosi. A volte attraversati dalle lacrime. Dialoghi abitati da domande grandi: Che ne sarà della mia vita? Cosa desidero davvero? Sto scegliendo per paura o per amore? Dio cosa sogna per me?
Ed è stato forse questo il miracolo più bello: vedere dei giovani prendere sul serio la propria vita. In un mondo che spesso li vuole distratti, veloci, anestetizzati, questi ragazzi hanno avuto il coraggio di fermarsi davanti a Dio con la verità del proprio cuore. Senza filtri. Senza recite spirituali. Per alcuni è stato anche il momento di sperimentare concretamente la misericordia di Dio nel sacramento della riconciliazione, non come gesto abitudinario, ma come esperienza di rinascita, come il sollievo di chi, finalmente, smette di nascondersi.

La domenica conclusiva è stata forse il sigillo più bello dell’intera esperienza. Non c’erano più soltanto catechesi da ascoltare. C’erano vite che prendevano parola. Prima nei piccoli gruppi, poi tutti insieme, i giovani hanno condiviso ciò che quei giorni avevano smosso dentro di loro. E in quel momento molte parole ascoltate il giorno precedente — parole a volte pungenti, provocatorie, persino scomode — hanno trovato carne nella concretezza delle loro storie.
Qualcuno ha raccontato di aver riconosciuto ferite mai affrontate.
Qualcun altro ha scoperto emozioni rimaste per troppo tempo ignorate.
Altri ancora hanno espresso il desiderio nuovo di affidare a Dio il proprio futuro, senza pretendere di controllare tutto.
È stato come vedere la luce entrare lentamente in stanze interiori rimaste chiuse per anni. E forse proprio questo ha fatto Maria durante questi giorni. Non ha occupato il centro. Non lo fa mai. Ha insegnato, piuttosto, uno stile: quello dell’ascolto, della custodia, del discernimento.
Maria Mediatrice è colei che sa stare davanti al mistero senza possederlo. Accoglie, accompagna, indica. È l’umile ancella che ha scelto di fidarsi anche quando non comprendeva tutto. Ed è forse da qui che nasce ogni vera vocazione: dalla disponibilità a lasciare che Dio entri nella propria vita non come ospite occasionale, ma come presenza capace di orientare le scelte, i desideri, i sogni.

“Amati per amare” non è stato soltanto il titolo del corso. È diventato un cammino interiore. Perché soltanto chi si scopre davvero amato può imparare ad amare senza paura.
E forse questi giorni hanno lasciato proprio questo nel cuore di molti giovani: la certezza, fragile ma luminosa, che Dio continua ancora oggi a chiamare ciascuno per nome. Non nonostante la propria fragilità, ma proprio attraverso di essa.






Digregorio Filippo