SULLA STRADA DELLA MISERICORDIA – 2026 edition
Da Gerusalemme a Emmaus, da Emmaus a Gerusalemme: il cammino dei discepoli che diventa il nostro cammino
Ci sono strade che percorriamo con i piedi e strade che percorriamo con il cuore. Alcune ci conducono verso una meta; altre, invece, nascono proprio quando una meta sembra essere perduta. La strada di Emmaus appartiene a questa seconda categoria. È la strada di due uomini che si allontanano da Gerusalemme: hanno camminato dietro Gesù, hanno ascoltato le sue parole, hanno sperato in Lui. Eppure, qualcosa si è spezzato. Il loro Maestro è morto, le loro attese si sono infrante. E allora non resta che tornare indietro.
Dal 18 al 21 agosto, a Collevalenza, abbiamo percorso idealmente proprio quella strada. Non per raccontare semplicemente quattro giorni vissuti insieme, ma per lasciarci interrogare da una domanda: dove siamo noi, oggi, lungo la strada di Emmaus? Perché Emmaus non è soltanto un luogo del Vangelo ma una condizione del cuore. È quel momento della vita in cui ci accorgiamo che le cose non sono andate come speravamo, che alcune attese sono rimaste senza risposta, che Dio sembra distante e che la strada che avevamo immaginato davanti a noi non coincide più con quella che stiamo percorrendo. E proprio lì, su quella strada, comincia la misericordia.

«Noi speravamo…»: quando la speranza si ferisce
La prima parola che forse riconosciamo nei due discepoli è la delusione: «Noi speravamo…». È una frase breve, ma dentro contiene una storia intera. Contiene un’attesa, un desiderio, un progetto. Contiene anche una ferita: qualcosa che avevamo sperato non è accaduto. I discepoli non stanno semplicemente tornando a casa. Stanno tornando indietro da una speranza che non comprendono più.
Anche la nostra vita conosce questi momenti: ci sono sogni che non si realizzano, relazioni che cambiano, persone che ci deludono, scelte delle quali non vediamo più il senso. Ci sono domande rivolte a Dio alle quali non sembra arrivare alcuna risposta. E ci sono persino momenti nei quali la fede stessa sembra non bastare a spiegare ciò che stiamo vivendo. Emmaus comincia lì: non dalla certezza, ma dalla fatica. Ed è importante accorgersene, perché il Vangelo non ci presenta due discepoli perfetti. Ci presenta due uomini delusi, confusi, incapaci di leggere ciò che è accaduto.
La misericordia di Dio non aspetta che diventiamo diversi da ciò che siamo. Ci raggiunge proprio lì.

La strada: Dio ci incontra mentre camminiamo
C’è un particolare del racconto di Luca che rischiamo di dare per scontato: Gesù si avvicina ai due discepoli mentre stanno camminando. Non li aspetta a Emmaus, non li costringe a tornare a Gerusalemme prima di incontrarlo, non dice loro: «Quando avrete capito tutto, allora verrò». Si mette semplicemente in cammino con loro ed è forse una delle immagini più belle della misericordia: Dio non ama soltanto la parte riuscita della nostra vita. Ama anche le nostre strade confuse, le nostre fughe, le nostre domande, persino i passi che ci stanno portando lontano. A Collevalenza abbiamo provato a riconoscere questo Dio: un Dio che non si impone, ma si affianca, un Dio che ascolta prima ancora di parlare, un Dio che entra nella nostra storia senza cancellarla.
I discepoli raccontano a quello straniero ciò che è accaduto. Gli consegnano la loro versione dei fatti, la loro delusione, il loro «noi speravamo». E Gesù parte proprio da lì. Anche il nostro cammino di fede, allora, non può essere un tentativo di nascondere a Dio ciò che siamo. Possiamo portargli le nostre domande, le nostre fatiche, perfino le nostre delusioni. Perché la misericordia non è il premio per chi non sbaglia. È l’amore di Dio che si avvicina all’uomo mentre ancora sta cercando la strada.

«Resta con noi»: la preghiera di chi ha scoperto una presenza
A un certo punto della strada accade qualcosa: i due discepoli arrivano quasi alla loro destinazione e Gesù sembra voler proseguire oltre. E allora nasce una richiesta semplice, quasi spontanea: «Resta con noi». Forse è questa la preghiera che più di ogni altra può custodire l’esperienza vissuta a Collevalenza. Resta con noi: quando non comprendiamo, quando siamo stanchi, quando la nostra fede vacilla, quando non sappiamo quale strada prendere, quando la vita ci chiede di ricominciare. Resta con noi.
Non è la preghiera di chi ha già tutte le risposte, ma di chi ha scoperto che, prima ancora delle risposte, ha bisogno di una presenza. E Gesù resta… nella Parola ascoltata, nella preghiera, nell’Eucaristia, nella comunità. Resta nei volti incontrati, resta in quella fraternità che permette di scoprire che nessuno percorre la strada da solo. È qui che il cammino di Emmaus diventa anche un cammino di misericordia: la misericordia non è soltanto ciò che Dio fa per noi; è la sua scelta di rimanere con noi.

«Non ci ardeva forse il cuore?»: quando cambia lo sguardo
I discepoli non riconoscono immediatamente Gesù. E questo è un altro dettaglio prezioso: il Risorto è già accanto a loro, ma loro non sono ancora capaci di riconoscerlo. E quante volte anche noi possiamo vivere qualcosa di simile: Dio può essere presente e noi non accorgercene, può esserci una parola capace di illuminarci e noi ascoltarla senza comprenderla, può esserci una persona accanto a noi attraverso la quale il Signore ci sta raggiungendo e noi non riuscire a riconoscerlo.
Il cammino di quei due uomini non consiste allora semplicemente nell’arrivare a una destinazione. Consiste nel cambiare lo sguardo.
Gesù rilegge con loro la storia. Le Scritture diventano una chiave nuova per comprendere ciò che sembrava soltanto fallimento. La croce non viene cancellata. Ma cambia il modo di guardarla. E forse questo è uno dei passaggi più importanti che possiamo portare con noi dall’esperienza vissuta: la fede non significa ricevere una vita senza ferite. Significa imparare a leggere le proprie ferite dentro una storia più grande, nella quale Dio continua ad abitare. La misericordia non elimina la nostra storia. La trasfigura.
Lo riconobbero nello spezzare il pane
Poi arriva il momento del riconoscimento. Non avviene durante una grande manifestazione straordinaria ma avviene nel gesto semplice dello spezzare il pane. Lì gli occhi dei discepoli si aprono, ed è proprio allora che comprendono che quello sconosciuto incontrato sulla strada era il Signore.
Ma il riconoscimento non li lascia immobili. Se prima stavano andando da Gerusalemme a Emmaus, ora fanno il percorso contrario. «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». È questo il segno che l’incontro è stato autentico: quando incontri davvero il Signore, la tua strada cambia direzione. Non necessariamente perché cambiano immediatamente tutte le circostanze della tua vita, ma perché cambia il modo di attraversarle. Emmaus non è il punto di arrivo, è il luogo nel quale si comprende che bisogna tornare: tornare alla comunità, tornare alle relazioni, tornare alla propria quotidianità, tornare là dove forse avevamo smesso di sperare.

Da Collevalenza alla vita
Anche Collevalenza, allora, non può essere soltanto un luogo nel quale siamo stati bene insieme per qualche giorno. Un’esperienza spirituale rischierebbe di diventare soltanto un ricordo se non producesse un nuovo inizio. Siamo arrivati con le nostre domande e siamo ripartiti con nuove domande. Abbiamo ascoltato parole, pregato, condiviso, camminato, riso, fatto silenzio. Abbiamo incontrato persone e forse, attraverso quei volti, abbiamo incontrato nuovamente anche noi stessi.
Ma soprattutto abbiamo provato a riconoscere una presenza. Quella di Cristo che continua a mettersi accanto all’uomo, quella dell’Amore Misericordioso che non si stanca delle nostre strade, quella di un Dio che non aspetta dall’altra parte delle nostre fragilità, ma viene a cercarci proprio dentro di esse. Per questo, alla fine, la domanda non è soltanto: «Che cosa abbiamo vissuto a Collevalenza?». La domanda è: «Che cosa cambia nella nostra vita dopo aver incontrato il Signore sulla strada?».

Una strada che continua
Il nuovo anno della Pastorale Giovanile-Vocazionale dell’Amore Misericordioso si apre proprio dentro questa dinamica: la strada continua. Continua perché il Vangelo non è un’esperienza da conservare, ma una vita da vivere. Continua perché ciascuno di noi può attraversare nuovamente momenti di delusione, di smarrimento e di fatica. Continua perché, anche quando pensiamo di essere noi a cercare Dio, possiamo scoprire che è Lui ad aver già iniziato a camminare verso di noi. E continua perché il carisma dell’Amore Misericordioso non ci invita a fuggire dalle strade degli uomini, ma a percorrerle con lo stile di Gesù: facendoci compagni di viaggio, ascoltando, accogliendo, perdonando, annunciando.
Forse è proprio questo il senso più profondo di «Sulla strada della misericordia». Non un percorso da completare, non una meta da raggiungere, ma uno stile di vita. Quello di chi impara a riconoscere il Signore mentre cammina, quello di chi, dopo aver sperimentato la misericordia, diventa capace di offrirla, quello di chi, come i discepoli di Emmaus, scopre che la strada che sembrava una fuga può diventare il luogo dell’incontro. E allora si può ripartire.
Da Emmaus verso Gerusalemme. Dalla delusione verso la speranza. Dalla solitudine verso la fraternità. Dalla paura verso la missione. Dal cuore ferito verso un cuore che arde di nuovo. Perché la strada della misericordia non finisce a Collevalenza. Comincia lì, ancora una volta, per tornare con noi nella vita.


