Sui passi di Madre Speranza – 2026 edition

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto: si attraversano lasciandosi attraversare. Collevalenza è uno di questi. Non è solo un Santuario immerso nella quiete umbra, ma uno spazio dell’anima in cui il rumore si abbassa e il cuore, lentamente, ricomincia a parlare.
Dal 6 all’8 febbraio, nei giorni che hanno condotto alla festa della beata Madre Speranza, un gruppo di giovani provenienti da realtà diverse – Santeramo in Colle, Francenigo, Mantova, Spinaceto, Collevalenza e dintorni – ha vissuto l’esperienza proposta dalla Pastorale giovanile-vocazionale della Famiglia dell’Amore Misericordioso:“Sui passi di Madre Speranza”. Passi concreti, fatti di incontri, silenzi, preghiera, fraternità.
Passi interiori, fatti di domande, scoperte, piccole luci.
Il filo conduttore del percorso è stato suggestivo e profondamente evangelico: le mani di Madre Speranza. Mani che accolgono, mani che pregano, mani che servono. Mani che non trattengono per sé, ma donano.
Mani che accolgono
Appena arrivati, molti ragazzi hanno sperimentato una sensazione semplice ma rara: sentirsi attesi. Il Roccolo, la Casa del Pellegrino, gli spazi del Santuario… tutto parla di un’accoglienza discreta, mai invadente. Come se quel luogo dicesse: “Puoi essere te stesso, qui”. Tra i partecipanti c’era anche Samanta, 15 anni, arrivata da Spinaceto alla sua prima esperienza a Collevalenza. I suoi occhi curiosi raccontavano già molto prima delle parole. All’inizio – come capita a tanti – c’era forse un po’ di timidezza, il non sapere bene cosa aspettarsi. Ma Collevalenza ha questo dono: scioglie le difese senza forzarle.
«Quando siamo arrivati – racconta Samanta – ho notato subito il posto: il Roccolo, la Casa del Pellegrino … era tutto molto tranquillo. Mi sembrava un luogo diverso da quelli che frequento di solito, come se lì il tempo andasse più piano».
E forse è proprio questo il primo miracolo: rallentare abbastanza da accorgersi di ciò che conta.
Mani che pregano
Le giornate sono state scandite dalla preghiera comune, dalle Lodi mattutine nella cappella, dalle catechesi e dai lavori in piccoli gruppi. Momenti semplici, ma capaci di far emergere domande vere. Pregare insieme, soprattutto da giovani, non è mai scontato. Richiede un piccolo passo di fiducia. Eppure, quando accade, crea legami profondi. Particolarmente intensa è stata la veglia di preghiera e canti per Caterina, una ragazza che il giorno seguente avrebbe iniziato la sua vita religiosa. Vedere una ragazza, poco più grande e ad alcuni coetanea, dire un “sì” così grande a Dio non lascia indifferenti: interroga, smuove, ispira. Samanta lo ha percepito con la freschezza dei suoi 15 anni:
«Mi ha colpito vedere persone giovani scegliere Dio così seriamente. Ti fa pensare che forse la fede non è solo una cosa da dire, ma da vivere davvero».
Mani che servono (e si lasciano toccare)
Tra i momenti più significativi c’è stata l’immersione nelle vasche del Santuario. Non un gesto “magico”, ma un segno. Un affidare a Dio le proprie fatiche, le ferite nascoste, le speranze non dette. Entrare in quell’acqua, per molti, è stato come dire: “Signore, eccomi così come sono”. La fede, spesso, passa proprio da qui: da esperienze che il cuore capisce prima della testa. Samanta lo racconta con semplicità disarmante:
«L’immersione nelle piscine è stata un’esperienza forte. Non saprei spiegare tutto a parole, ma mi sono sentita bene, come più leggera».

La gioia come segno
La domenica, la celebrazione eucaristica nella ricorrenza della nascita al cielo di Madre Speranza ha raccolto tutto il cammino vissuto. Non come conclusione, ma come ripartenza. Se si dovesse riassumere l’esperienza con una parola, forse sarebbe proprio quella che Samanta ha scelto spontaneamente:
«Mi ha colpito la gioia del posto, la tranquillità, le persone senza cattiveria ma piene di bontà e felicità».
In un mondo dove spesso i giovani respirano tensione, giudizio, competizione, incontrare adulti e coetanei capaci di bontà semplice è una testimonianza potente. Forse è questa l’eredità più vera di Madre Speranza: ricordarci che il Vangelo rende il cuore più umano, non meno.
“Sui passi di Madre Speranza” non è stato solo un evento, ma un invito: riscoprire le proprie mani: mani che accolgono l’altro così com’è; mani che si uniscono nella preghiera; mani che scelgono di servire invece di chiudersi. I giovani tornano alle loro città con meno risposte preconfezionate e qualche domanda in più. Ma anche con una certezza silenziosa: Dio non è lontano, e la misericordia non è un’idea, è un’esperienza.
E forse il miracolo più grande è proprio questo: scoprire che, mentre camminiamo sui passi dei santi, Dio continua a camminare sui nostri.
















































